gli oppressi e la sinistra

Chissà perché l’offerta della sinistra massimalista non riesce a soddisfare la domanda politica degli oppressi? Mi risponderete: ‘gli oppressi non votano “Sinistra Italiana” e “Possibile” o quelle formazioni lì perché la loro domanda politica viene intercettata e assorbita dai movimenti populisti’. Ok. Quindi questo significa che gli oppressi, oltre ad essere oppressi, sono anche scemi? O è più probabile che ci sia qualcosa, nell’offerta dell’ultrasinistra, che non li convince del tutto? Siamo alla fine del 2016 e questa sinistra perdente ancora sta guardando il mondo col monocolo a caramella; ne ha perso la chiave di lettura ed è rimasta chiusa fuori dalla porta della storia, smarrita in un delirio autoreferenziale, dissolta in orizzonti lontani, che però riservano incontri vicini, come Casa Pound, Brunetta, Salvini, Gasparri. Ma anche D’Alema e Trump. Fa ostruzione alla riforma costituzionale perché è l’unico modo che ha per continuare a coltivare l’ambizione di lucrare uno spazio politico che le permetta di proseguire nella meritoria opera di tirare a campare sulla nostalgica riproposizione di schemi frusti e obsoleti. Infatti, mentre le vecchie culture politiche si sfaldano e collassano, questi mesti e lamentosi maestri di boria sgominati dal Tempo, continuano imperterriti con le loro sorpassate tiritere, partorite dalle loro sinapsi leniniste, acide e irrancidite.E più accumulano sconfitte, più diventano bavosi, tracotanti, sentenziosi, marginali, insignificanti, ininfluenti, inutili, nulli. Autolesionisti fino al midollo, falliti incalliti, sono totalmente privi della capacità di indicare i modelli funzionanti di ciò che teorizzano, e stentano a capire che il mondo oggi è cambiato. Non si rendono conto che non si possono affrontare i disagi affidandosi a categorie vuote e manichee. Che nessuna complessità è riducibile a risposte soltanto “di sinistra”. Ma alla “sinistra che più a sinistra non si può” questo non entra nel cervello. Abbarbicata a un nome, a un concetto, la sinistra presuntuosa si consuma senza accorgersene, mentre insiste a infilare, con il calzascarpe, il mondo nel suo antico schema: un arcaico mito ideologico morto e sepolto da un pezzo, ormai in bocca solo a piccole aristocrazie autoriferite; uno schema del tutto irrilevante per quella fetta enorme di persone immuni dalla loro elitaria sindrome disfattista. Renzi – che almeno prova a fare qualcosa – è molto più ‘a sinistra’ di loro. Lui almeno cerca di dare risposte, cerca di dare speranze; loro sanno solo rimanere rinserrati in una sterile e arcaica torre d’avorio intellettuale, senza confrontarsi con i fatti, limitandosi solo a criticarli. Per loro la colpa è sempre degli altri. Nella loro solfa i problemi sono sempre originati da chi non è abbastanza di sinistra. Poveri patetici allocchi falliti e perdenti. È un peccato vedere persone – spesso intelligenti e in buona fede – sprecare così il loro fiato, il loro tempo, la loro passione. D’altra parte non hanno mai ceduto di un millimetro all’evidenza di essere nel torto. Sopraffatti dalla loro vanità colossale e anacronistica, paralizzati nel loro mondo autoconsolatorio, preferiscono farsi strumento della destra piuttosto che iniziare a ragionare. Il 5 dicembre probabilmente avranno i loro cinque minuti di gloria, dopodiché la peggior destra populista – senza nemmeno degnarli d’un piccolo grazie – li relegherà di nuovo al solo luogo che compete loro, quello che da sempre si sono scelti e che da sempre si meritano: i margini della storia.

pugni

2014

DIstrazione

Provo a riprendere in mano il blog con una citazione di Marco W. Mignero:

“…Certe espressioni incartapecorite della politica, anche in bocca a persone intelligenti, diventano irrimediabilmente “lettera morta”. La politica usa da sempre un linguaggio demineralizzato da ogni attrattiva. E finché non si libererà dalle sue pastoie lessicali continuerà a rimanere prerogativa di poltroni in cerca di poltrone. Per quanto io cerchi di lanciare indietro la lenza della memoria, non riesco a ricordare un’era in cui la politica non avesse ancora espunto l’eros dai suoi discorsi. Forse nell’antica Grecia c’era carnalità in politica, ma non c’ero io.  Duemila anni di delusioni sono comunque un buon viatico per cercare soddisfazione altrove. La politica dovrebbe essere capace di reinventare un lessico ricominciando da zero, anche al prezzo di ricorrere a una scomoda iniziazione fatta di balbettii e di giri di parole. Anche a costo di rinunciare alle promesse e ai talk show. Le scorciatoie codificate, i protocolli, le fruste formule del politichese sono infatti da mettere al bando, indipendentemente dai contenuti che cercano di veicolare. Parole come ‘sostenibile’, o ‘implementare’ dovrebbero avere una taglia sulla testa, generare una contravvenzione. Chi continua a usare formule fruste, chi continua a tramandare per partenogenesi un fumo che non diventa mai arrosto, dovrebbe cominciare a essere perseguito penalmente. Molto meglio tornare ai segnali di fumo piuttosto che accontentarsi tutta la vita di fumosi segnali. 

L’emozione deve entrare nella politica. E non basta nemmeno dire questo: bisogna saperlo dire con appeal. La politica va ossigenata con la stessa frequenza del cuore. La politica ha una congestione: va ventilata. Finché la politica non si doterà d’un cervello in grado di ripensarsi, riposerà in eterno nel coma in cui vegeta – indisturbata e intubata, nutrita e idratata dall’accanimento complice dei vari membri della casta che sono satanicamente preposti a cristallizzarne la noiosa agonia…”

 (Marco W. Mignero)

casini