eutanasia della pubblicità

MIRIADI di extracomunitari vengono sguinzagliati ogni giorno in ogni quar­tiere per riempire le cassette della posta. Uno, cento, mille volantini della stessa ditta nella stessa buca. L’importante è esaurirne la dota­zione. Vi è mai capitato di tornare dalle vacanze e trovare la cassetta intasata da imprese immobiliari, ipermercati, idrauli­ci da asporto, pizzerie etniche, factotum?

Per affrontare il problema, alcuni intraprendenti condòmini si sono attrezzati affiggendo sul portone cartelli che invitano a non depositare reclâmes all’interno. Ma altri hanno adottato un’al­ternativa inquietante: hanno scelto di destinare una cassetta esterna alla pubblicità condomi­niale.

Chissà se nelle assemblee dei palazzi che hanno adottato tale stratagemma viene nominato un guardiano-custode col compito di sorvegliare le chiavi del manufatto a nome del condo­minio? E chissà se costui ne spartisce periodica­mente il contenuto tra gli inquilini – o magari assegna una copia della chiave a ciascun residente, in modo da permettergli di di­sporre a piacimento della sostanza racchiusa nell’augusto forziere?

In realtà le cassette esterne della pubblicità sono un ipocrita “pre-rusco”. Un piccolo inferno più dolce. Un modo per differire di qualche giorno le fiamme dell’immondezzaio. Esse sono il compassionevole luogo terminale d’una saga cartacea che non ha più nulla da temere perché non ha più nulla da sperare. La cassetta della pubblicità esterna ha infatti il privilegio di non esse­re nulla: esclusa dagli umani, ne­gletta dai condòmini, ignorata dai passanti, essa è una porzione d’aldilà che è già qui: una zona franca che esiste senza esserci, senza che nessuno afferri il suo ufficio. Tanto var­rebbe istituire dei veri e propri bidoni della spazzatura con sopra scritto: ‘pubblicità’.

(Stefano Bonaga e Marco Cavani); La Repubblica, agosto 2004

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16/9/1981

Molti prendevano in ostaggio un piccolo lembo di territorio, piantonandolo con un lenzuolo su cui avevano appoggiato il frigo portatile. Molti erano abbondantemente sopra i trenta. Persone che nella vita avevano cercato tanto ma avevano trovato poco, e forse ora non stavano cercando più – aspettavano solo il tramonto, cioè il momento in cui sarebbero arrivati “loro due”.

A un certo punto furono mezzo milione sul prato verde.

Lo spettatore medio era sopra i trenta, aveva addosso jeans, felpa e occhiali da sole alla Diane Keaton. Altri avevano la metà dei suoi anni, altri il doppio, ma tutti lo calpestavano e gli rovesciavano la lattina di birra e gli schiacciavano i biscotti alla marmellata di fico, lì sul grande prato verde. Ma ne valeva la pena, perché di lì a poco quei due avrebbero suonato novanta minuti e fatto venti canzoni, il doppio di quanto abbia mai cantato Sinatra e il triplo di quanto abbiano mai suonato i Beatles. Fu il più grande evento musicale dai tempi di Woodstock. Gli spettatori sapevano tutte le parole di tutte le canzoni e accompagnavano ogni strofa di Scarborough Fair, Wake up Little Susie, Mrs. Robinson, lì sul grande prato verde. Migliaia di sconosciuti con zaini sparsi ovunque fumavano erba, bevevano birra, chiacchieravano fra loro e ascoltavano “Old Friends”.  Molti avevano portato cani, molti avevano portato bambini, e tutti si sorridevano l’un l’altro e si amavano l’un l’altro, in quel grande prato verde. Qualcuno, che era venuto da uptown, non riuscì a varcare il lago, si fermò prima: troppa gente.

Mezzo milione di persone tranquille; tutto andò bene. Magari si insinuò un po’ di malinconia, a concerto finito, nello spettatore medio, ma in fondo erano tutti felici di avere avuto con loro Paul e Art e Mrs. Robinson. Poi passarono i bulldozer, a smantellare tutto. Il Dipartimento Parchi iniziò a smobilitare stando attento a non disturbare chi dormiva e chi voleva continuare a rimanere sdraiato sul grande prato verde, e mentre i bambini riposavano sugli zaini, arrivarono i camion a smontare il palco. I veicoli della nettezza urbana si muovevano rapidi e silenziosi per raccogliere lattine e cartacce. Improvvisati giocatori di tutti gli sport terrestri presero forma ovunque; lanciatori di frisbee e praticanti di tai chi spuntarono qua e là, perché in fondo era domenica mattina. A mezzogiorno c’era rimasta ancora qualche cartaccia sul grande prato; qualche zaino e qualche frigo portatile soggiornava ancora per terra. I bulldozer avevano rivoltato a una a una le zolle per rifare il trucco al prato. Qualcuno cercava i suoi occhiali alla Diane Keaton. Una generazione che pensava di cambiare il mondo, una generazione che era stata a Woodstock, una generazione che si sentiva a suo agio con le masse. La generazione dello spettatore medio. L’America era ancora bella e piena di speranze. Non c’era il Patriot Act. Gli americani combattevano i loro fantasmi senza farsi sopraffare dalla propaganda. C’era speranza. E le persone, quando viaggiavano, lo facevano per conoscere il mondo. Andavano ancora in cerca del mondo. Andavano ancora da qualche parte. E non necessariamente tutti sempre e solo a Disneyland. Qualcuno ricorda quando nelle strade c’era ancora la pace? Quando tutti volevano essere come l’America perché l’America ancora si batteva per la libertà di tutti e non solo per i soldi suoi e per l’altrui petrolio?

 

Simon And Garfunkel 1981

porta a porta

Nel paese di F. ormai non ci sono più cassonetti né bidoni. Il sindaco è un Differenziatore Seriale.
Gli abitanti di F., quando portano fuori il cane, devono reggere in mano la popò fino a casa; solo allora possono conferirla nel bidone dell’indifferenziato (o dell’organico?), dove rimarrà indisturbata fino al giorno della raccolta.
Alcuni abitanti di F., disperati, provano a insegnare al cane a farla direttamente nel wc. Altri decidono di lasciare la popò in loco; o cercano di buttarla – con circospezione – nel cortile del vicino.
Si vedono anche abitanti di F. uscire al mattino con la sporta dell’indifferenziata preventiva per raccogliere le coppette dei gelati che mangeranno, le carte delle caramelle che succhieranno, i mozziconi delle sigarette che fumeranno, i futuri fazzoletti usati. Così, una volta a casa, potranno finalmente separare una cosa dall’altra e conferire ciascuna specialità nel relativo bidoncino. Non fanno altro. Dalla mattina alla sera. Ogni giorno della settimana. Ogni settimana del mese. Ogni mese dell’anno.
Qualcuno di loro comincia ad averne abbastanza e pensa: “se l’ossessione per i rifiuti deve seppellirmi la vita, tanto vale che io muoia seppellito dai rifiuti”. E si cominciano a registrare le prime scorrerie: nottetempo si notano abitanti di F. tagliare i sacchi depositati di giorno lungo la strada e strofinarsi addosso selvaggiamente il contenuto. Se ne vedono altri sorridere alacremente mentre fanno i bisogni sull’asfalto.

rusco

Figli di un dio maggiore

L’australiano sir Donald Bradman, Il più grande giocatore di cricket di tutti i tempi, è morto nel 2001, all’età di 92 anni.

In un mondo asfissiato dagli effetti speciali, le immagini sgranate che di lui ci restano ce lo mostrano sospeso in un pulviscolo leggendario e primordiale; il contrario della popolarità odierna, piena di pseudoeventi, umani zombificati, personaggi famosi solo per essere famosi.

Nel reliquiario di Don splende incastonata la gemma statistica più fulgida dello sport: 99,94 punti a partita per ogni match internazionale disputato.

Come ha potuto la media di Bradman essere il doppio di quella degli altri grandi del cricket? Come può Bradman far parlare di sé anche chi – come me – non ha mai capito una mazza di quello sport?

Una spiegazione c’è: sir Donald Bradman era un marziano. Del resto lo hanno sempre sostenuto anche i suoi amici. Forse l’unico alieno della storia a essere diventato baronetto.

In ogni sport ci sono barriere naturali, espresse in centesimi, centimetri, punti. Gli atleti si assembrano attorno a quei confini; poi uno li viola d’un soffio e momentaneamente diventa il migliore. Questo fanno gli atleti. Don non sottostava a siffatti lacciuoli. Lui non era un atleta.

Non era nemmeno un battitore. Era una marea.

Non era un membro della squadra. Era la partita.

Contro l’Inghilterra, quando era il suo turno di battuta, c’erano 2500 persone in più ad assistere al match; contro le Indie Occidentali 4000, contro il Sud Africa 3700. Moltiplicando quelle cifre per i prezzi dei biglietti e poi per il numero di inning giocati negli anni, Don ha fruttato all’Australian Cricket Board un introito aggiuntivo di sei miloni di euro. Investiti in BOT, quei soldi oggi varrebbero come il Piemonte. Ma Bradman non li ha mai reclamati. Forse perché aveva sulla coscienza il calo del PIL. Infatti appena si presentava lui sulla linea bianca, banchieri e negozianti d’Australia gettavano alle ortiche visiere e paramaniche e l’Oceania inondava lo stadio.

Quando il figlio di Bradman – John – era piccolo, i suoi amichetti sussurravano in un orecchio ai loro genitori: «E’ proprio incredibile: lui non ha niente di speciale!».

E tutti i giorni John sperava d’imbattersi in una fata turchina che – da deludente souvenir sociale – lo trasformasse nell’anonimo essere umano che in parte già era. Quando fu colpito dalla polio, la prese quasi come una scarcerazione: finalmente era esonerato dagli accecanti sguardi che grondavano delusione per il suo fiasco genealogico.

Da grande si cambiò il cognome in Bradsen. C’è qualcosa d’inquietante in una persona che muta identità – specie se non è un criminale o un’aspirante star. Specie se cambia una limousine con un tram. Ma gli studenti a cui John insegnava Diritto Costituzionale all’Università di Adelaide non tardavano a imparare che davanti a loro avevano un uomo impregnato degli alleli del più grande giocatore di cricket di sempre – e nonostante i suoi sforzi di passare inosservato,  lo indicavano mormorando: “Quello lì è il figlio di Dio!”.

Se il destino avesse un giorno voluto che John Bradsen-Bradman e Diego Armando Maradona Junior s’imbattessero l’uno nell’altro, sarebbero senz’altro diventati amici per la pelle.

BRADMAN

 

la matriciana mia

Dopo aver letto una gustosa pagina dedicata alla cicoria sul blog di mio cugino http://enricogalantini.net/2011/12/11/elogio-della-cicoria/
sono rimasto folgorato dalla ricetta di Aldo Fabrizi che chiudeva il post:

LA MATRICIANA MIA
Soffriggete in padella staggionata,
cipolla, ojo, zenzero infocato,
mezz’etto de guanciale affumicato
e mezzo de pancetta arotolata.

Ar punto che ‘sta robba è rosolata,
schizzatela d’aceto profumato
e a fiamma viva, quanno è svaporato,
mettete la conserva concentrata.

Appresso er dado che je dà sapore,
li pommidori freschi San Marzano,
co’ un ciuffo de basilico pe’ odore.

E ammalappena er sugo fa l’occhietti,
assieme a pecorino e parmigiano,
conditece de prescia li spaghetti.

Avendo tutti gli ingredienti in casa, mi sono detto: andiamo a farla!
il guanciale era in frigo da quindici giorni, ma con un piccolo lifting nell’olio bollente si è ripreso bene, e stava andando tutto a maraviglia finché non s’è aperto il capitolo aceto balsamico. Avevo in casa un reperto di mia zia, regalato anni addietro a suo marito da un cliente modenese (e triangolato a me via mia madre), e forse ho sottovalutato il grado di riconoscenza di quel cliente, perché ho lasciato colare nella padella un’overdose di denso oro nero.
Non assaggio mai quello che cucino mentre lo cucino per una forma di autotirchieria che andrebbe psicanalizzata, per cui mi sono detto, con una certa disinvoltura (una ricetta in strofa richiede movenze ‘poetiche’ anche nell’interprete): evaporerà.
Bene: non è evaporato quasi nulla e da lì sono cominciati i guai. Ho aggiunto la conserva senza stemperarla prima, la qual cosa ha compromesso il sugo.
Al posto delli ‘pommidori freschi di san marzano’ ho fatto leva su una scatola di pelati che dormiva da mesi in dispensa, che però si è rivelata contenere pesche sciroppate solo dopo esser stata aperta. Ho pensato che Aldo m’avrebbe perdonato i pelati, ma non certo le pesche, per cui mi sono autorubato qualche datterino fresco dall’insalata destinata al pranzo (l’amatriciana, supposto sia commestibile, è per cena).
Il profumo è buono, se si esclude la nota alla jimi hendrix di aceto.
Ho abbondato con lo zenzero, e avendo visto in frigo un vasetto di garam masala della ditta Patak’s (oggetto di cui consiglio l’acquisto a prescindere), mi sono chiesto se aggiungerne mezzo cucchiaio. Non sarebbe più stata un’amatriciana, e men che meno quella di Fabrizi, ma magari facevo l’invenzione del secolo.
Ora nella mia padella staggionata circola una brodaglia unta che andrebbe dragata dai sommozzatori per recuperarne un sugo uniforme, ma magari stasera avrò una sorpresa e la troverò buonissima.

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La mia matriciana era infatti eccellente.
Mi hanno detto che ho russato come un ornitorinco, ma ho dato la colpa al guanciale.
Con olio e maialidi ci avevo dato dentro come nemmeno Nigella Lawson, o Fabrizi stesso, avrebbero osato.
Il sugo, però, non aveva ceduto una virgola della sua viscosità neppure sotto i quintali di matriciano-reggiano e pecorino con cui avevo tentato di soffocarlo.
La macchinetta ‘Omron’ stamattina registra la diastolica a 94, nonostante abbia preso due pillole di Valpression 160 invece di una.
Però è stata un’esperienza di un certo rilievo: sì, il rilievo del promontorio della mia pancia.

Firmato: il Matriciano Johnny

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2014

DIstrazione

Provo a riprendere in mano il blog con una citazione di Marco W. Mignero:

“…Certe espressioni incartapecorite della politica, anche in bocca a persone intelligenti, diventano irrimediabilmente “lettera morta”. La politica usa da sempre un linguaggio demineralizzato da ogni attrattiva. E finché non si libererà dalle sue pastoie lessicali continuerà a rimanere prerogativa di poltroni in cerca di poltrone. Per quanto io cerchi di lanciare indietro la lenza della memoria, non riesco a ricordare un’era in cui la politica non avesse ancora espunto l’eros dai suoi discorsi. Forse nell’antica Grecia c’era carnalità in politica, ma non c’ero io.  Duemila anni di delusioni sono comunque un buon viatico per cercare soddisfazione altrove. La politica dovrebbe essere capace di reinventare un lessico ricominciando da zero, anche al prezzo di ricorrere a una scomoda iniziazione fatta di balbettii e di giri di parole. Anche a costo di rinunciare alle promesse e ai talk show. Le scorciatoie codificate, i protocolli, le fruste formule del politichese sono infatti da mettere al bando, indipendentemente dai contenuti che cercano di veicolare. Parole come ‘sostenibile’, o ‘implementare’ dovrebbero avere una taglia sulla testa, generare una contravvenzione. Chi continua a usare formule fruste, chi continua a tramandare per partenogenesi un fumo che non diventa mai arrosto, dovrebbe cominciare a essere perseguito penalmente. Molto meglio tornare ai segnali di fumo piuttosto che accontentarsi tutta la vita di fumosi segnali. 

L’emozione deve entrare nella politica. E non basta nemmeno dire questo: bisogna saperlo dire con appeal. La politica va ossigenata con la stessa frequenza del cuore. La politica ha una congestione: va ventilata. Finché la politica non si doterà d’un cervello in grado di ripensarsi, riposerà in eterno nel coma in cui vegeta – indisturbata e intubata, nutrita e idratata dall’accanimento complice dei vari membri della casta che sono satanicamente preposti a cristallizzarne la noiosa agonia…”

 (Marco W. Mignero)

casini