Figli di un dio maggiore

L’australiano sir Donald Bradman, Il più grande giocatore di cricket di tutti i tempi, è morto nel 2001, all’età di 92 anni.

In un mondo asfissiato dagli effetti speciali, le immagini sgranate che di lui ci restano ce lo mostrano sospeso in un pulviscolo leggendario e primordiale; il contrario della popolarità odierna, piena di pseudoeventi, umani zombificati, personaggi famosi solo per essere famosi.

Nel reliquiario di Don splende incastonata la gemma statistica più fulgida dello sport: 99,94 punti a partita per ogni match internazionale disputato.

Come ha potuto la media di Bradman essere il doppio di quella degli altri grandi del cricket? Come può Bradman far parlare di sé anche chi – come me – non ha mai capito una mazza di quello sport?

Una spiegazione c’è: sir Donald Bradman era un marziano. Del resto lo hanno sempre sostenuto anche i suoi amici. Forse l’unico alieno della storia a essere diventato baronetto.

In ogni sport ci sono barriere naturali, espresse in centesimi, centimetri, punti. Gli atleti si assembrano attorno a quei confini; poi uno li viola d’un soffio e momentaneamente diventa il migliore. Questo fanno gli atleti. Don non sottostava a siffatti lacciuoli. Lui non era un atleta.

Non era nemmeno un battitore. Era una marea.

Non era un membro della squadra. Era la partita.

Contro l’Inghilterra, quando era il suo turno di battuta, c’erano 2500 persone in più ad assistere al match; contro le Indie Occidentali 4000, contro il Sud Africa 3700. Moltiplicando quelle cifre per i prezzi dei biglietti e poi per il numero di inning giocati negli anni, Don ha fruttato all’Australian Cricket Board un introito aggiuntivo di sei miloni di euro. Investiti in BOT, quei soldi oggi varrebbero come il Piemonte. Ma Bradman non li ha mai reclamati. Forse perché aveva sulla coscienza il calo del PIL. Infatti appena si presentava lui sulla linea bianca, banchieri e negozianti d’Australia gettavano alle ortiche visiere e paramaniche e l’Oceania inondava lo stadio.

Quando il figlio di Bradman – John – era piccolo, i suoi amichetti sussurravano in un orecchio ai loro genitori: «E’ proprio incredibile: lui non ha niente di speciale!».

E tutti i giorni John sperava d’imbattersi in una fata turchina che – da deludente souvenir sociale – lo trasformasse nell’anonimo essere umano che in parte già era. Quando fu colpito dalla polio, la prese quasi come una scarcerazione: finalmente era esonerato dagli accecanti sguardi che grondavano delusione per il suo fiasco genealogico.

Da grande si cambiò il cognome in Bradsen. C’è qualcosa d’inquietante in una persona che muta identità – specie se non è un criminale o un’aspirante star. Specie se cambia una limousine con un tram. Ma gli studenti a cui John insegnava Diritto Costituzionale all’Università di Adelaide non tardavano a imparare che davanti a loro avevano un uomo impregnato degli alleli del più grande giocatore di cricket di sempre – e nonostante i suoi sforzi di passare inosservato,  lo indicavano mormorando: “Quello lì è il figlio di Dio!”.

Se il destino avesse un giorno voluto che John Bradsen-Bradman e Diego Armando Maradona Junior s’imbattessero l’uno nell’altro, sarebbero senz’altro diventati amici per la pelle.

BRADMAN

 

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